Pagine

mercoledì 15 novembre 2017

Netflix is love, Netflix is life #5: Chewing Gum

Scommetto che siete disperati perché dopo Stranger Things 2 l'abbonamento a Netflix vi sembra inutile. Insomma, non sapete come riprendervi e ogni serie vi sembra poco interessante. La mia soluzione? Un'ottima trashiata. Chewing Gum!

La protagonista di questa brillante serie è Tracy, una ragazza 24enne vergine che vive nei sobborghi di Londra con una madre religiosissima e una sorella oppressiva e infantile, circondata da amiche tamarre che sembrano appena uscite da una puntata di Geordie Shore. Arrivata a questo punto della sua vita, Tracy decide che è il caso di scoprire la sessualità, ma il suo look alla Whoopi Goldberg in Il colore viola e la sua goffaggine non l'aiutano. Grazie alle sue amiche e a Santa Beyoncé che vigila su tutti noi, riuscirà nel suo intento, ma nel farlo si imbatterà in situazioni davvero imbarazzanti.
Chewing Gum è una serie che parla di sesso, ma non solo. E' una serie che parla di tabù sociali, razziali e sessuali e li esorcizza con una risata. Io l'ho trovata geniale e davvero fuori dalle righe. Guardatela, e che Beyoncé sia con voi.



giovedì 2 novembre 2017

Book #9: Il grande mare dei Sargassi


Anni fa lessi il famosissimo Jean Eyre di Charlotte Brontë e lo trovai un romanzo straordinariamente femminista: una giovane eroina emancipata e intelligente riusciva a coronare il suo sogno d'amore nonostante mille peripezie. Poco caso feci, invece, alla storia incredibile di un personaggio secondario, anch'esso femminile e antagonista di Jane. Il personaggio di cui parlo è quello di Bertha Mason, la moglie matta del Signor Rochester, rinchiusa nella soffitta di Thornfield Hall e che appiccherà il fuoco che la ucciderà e che mutilerà il marito. Poco si sa di lei, se non che è totalmente pazza, che il marito l'ha sposata per accontentare il padre e perché inconsapevole della sua storia familiare e che è creola; il tutto raccontato dal marito stesso. Ma cosa avrebbe raccontato di sé e della sua famiglia Bertha, se avesse potuto parlare? A darle possibilità di riscatto sarà una scrittrice di origini caraibiche come lei, Jean Rhys, attraverso il suo romanzo Il grande mare dei Sargassi del 1966, pubblicato ben 119 anni dopo la versione della Brontë.

TRAMA
Il romanzo della Rhys è una sorta di prequel di Jane Eyre diviso in 3 parti dove Bertha, il cui vero nome è Antoinette, racconta la sua difficile vita, dall'infanzia a dopo il matrimonio col Signor Rochester. La narrazione inizia dopo lo Slavery Abolition Act del 1833  in Jamaica, dove la famiglia di Antoinette, i Cosway, non se la passa molto bene, dovendo la propria fortuna alla tratta degli schiavi. I nativi mal sopportano la famiglia, ma tralasciando piccoli dispetti, non minacciano di compiere azione repressive contro di loro, contenti della disgrazia economica che li ha colpiti. A impaurirli è però anche il fatto che al servizio della famiglia siano rimasti dei vecchi servitori neri, tra cui Christophine, che i locali temono perché esperta di obeah. La situazione però degenera quando Annette, la madre di Antoinette, sposa un ricco inglese, il Signor Mason. Vedendo la tanto odiata famiglia Cosway ritornare ai loro agi da ricchi schiavisti, gli abitanti dell'isola decidono di incendiare la loro casa. Purtroppo nel rogo, il fratellino disabile di Antoinette, perde la vita e questo scatena la follia di Annette. Dopo l'avvenimento, la vita di Antoinette non sarà più la stessa, e la ragazzina verrà perseguitata perché creduta pazza come la madre. Finalmente, qualcosa sembra cambiare quando sposa un giovane ragazzo inglese di cui si innamora follemente, ma che tuttavia tradisce con Sandi, il proprio cugino. Suo marito verrà però informato dei tradimenti e della sua presunta follia dal proprio fratellastro, Daniel. Da qui, l'odio del marito (che non viene mai nominato come Signor Rochester, ma rimane anonimo) cresce a dismisura, finché Antoinette chiede aiuto a Christophine che le consiglia di fuggire e di rifarsi una vita. Antoinette, ormai trasformata in Bertha, non accetta subito questo consiglio, e chiede a Christophine di lanciare un incantesimo sul marito, in modo che possa ritornare ad amarla. L'incantesimo di Christophine sembra funzionare, ma dopo una notte di passione, il giovane marito capisce con quali mezzi la moglie ha cercato di legarlo a sé e decide di non toccare mai più Antoinette e di portarla con sé in Inghilterra, rifiutando la proposta di Christophine, che vorrebbe aiutarla a guarire e a rifarsi una vita. Nel frattempo, Antoinette, come rimasta vittima dello stesso incantesimo da lei richiesto, si strugge di passione e per combattere il dolore, inizia a bere. Il romanzo finisce con un intenso stream of conscioussness, in cui Bertha ripercorre l'ultimo periodo in cui è rimasta chiusa nella soffitta. Dopo, si ucciderà.

ANALISI
Quando penso a questo romanzo, non posso fare a meno di pensare alla sua circolarità e di come il fuoco ne sia il simbolo centrale. Nella prima parte del libro, gli isolani incendiano la casa dei Cosway, simbolo della loro schiavitù. Mentre la casa è in fiamme, il pappagallo di Annette cerca disperatamente di spiccare il volo per salvarsi, ma avendo le ali mozzate fallisce e cade rovinosamente al suolo, morendo lentamente. Come raccontato nel romanzo, secondo gli isolani uccidere un pappagallo o vederlo morire porta terribilmente sfortuna. Antoinette, divenuta poi Bertha per decisione del marito che si ostina a chiamarla così, condivide il triste destino del pappagallino, ma agisce con lo stesso odio degli isolani: incendia la casa che la rende schiava, ma così facendo, perde la vita lanciandosi nel vuoto, forse non per uccidersi, ma per salvarsi.
La storia viene narrata attraverso due punti di vista: infatti a narrare la vicenda non è solo Antoinette, ma anche il suo anonimo marito, che spiega come abbia sposato questa donna a lui sconosciuta solo per la sua bellezza e il suo denaro. Essendo stato ingannato e tradito, l'uomo decide di non perdonare la moglie, vendicandosi nel peggiore dei modi, rinchiudendo Bertha/Antoinette in una soffitta. Mi verrebbe da pensare che forse Jane Eyre non sia esattamente un romanzo a lieto fine se la nostra eroina ha sposato un uomo così crudele.

VOTO: 9/10

sabato 28 ottobre 2017

Movie #28: IT (2017)

La notte delle streghe si avvicina e avete voglia di un buon film horror che vi faccia cag**e sotto? Siete nel posto giusto!

Confesso che è stato difficile per me iniziare a guardare questa nuova versione cinematografica del celebre romanzo di Stephen King senza pensare alla vecchia versione televisiva del 1990, dove a interpretare Pennywise fu il grandioso Tim Curry.
Mi aspettavo una sorta di sequel della miniserie, ma presto mi sono accorta che quella che stavo vedendo sul grande schermo era una versione completamente diversa di IT, molto più esplicita, intensa e ricca di jumpsscares.
Davvero difficile non fare confronti, ma indispensabile per godersi al meglio questo horror che mi ha colpito particolarmente per un ottimo uso degli effetti speciali, per una buona realizzazione tecnica e per le tematiche, di cui il merito però va solo al genio di Stephen King.

TRAMA (no spoiler)
La storia (che quasi tutti conosciamo) si svolge a Derry, una cittadina fittizia nel Maine. Ciò che caratterizza la città è l'alto tasso di persone scomparse, principalmente bambini. In un giorno di pioggia Georgie, fratellino di uno dei protagonisti, decide di giocare con la sua barchetta; purtroppo la barchetta finisce in un tombino ed è proprio qui che avviene il terribile incontro con Pennywise, il clown ballerino. La scomparsa del fratellino affligge Bill, che insieme a i suoi amici, la "banda dei perdenti", viene perseguitato dal terribile clown. Il clown terrorizza psicologicamente i ragazzi, materializzandosi nelle loro peggiori paure. La cosa più inquietante però è che gli adulti sembrano non notare nulla. I ragazzini, dopo varie peripezie, decidono di affrontare insieme il clown.

ANALISI DEI CONTENUTI
La pellicola ha come tematica predominante il difficile rapporto grandi- piccoli. Oltre ad essere bullizzati dai ragazzi più grandi, i protagonisti vengono abusati dai loro stessi genitori (i casi più eclatanti sono quelli di Beverly e di Eddie). Altra tematica fondamentale è il ruolo che la paura ha nella vita dei protagonisti: IT si materializza proprio nelle loro peggiori paure, e non è un caso se i ragazzini riescono a combattere il mostro proprio quanto le esorcizzano. Interessante è inoltre che i protagonisti si ritrovino tutti in quell'età in cui non si è più bambini, ma neanche propriamente adulti. Questa fase di passaggio è rappresentata forse in maniera più palese dal personaggio di Beverly Marsh, il cui padre non fa altro che ripeterle "Dimmi che sei ancora la mia bambina", specialmente quando la vede tornare a casa con una confezione di assorbenti. Beverly non è più una bambina, ed è proprio quando riesce ad ammetterlo che il rapporto col padre degenera.

CURIOSITA'
La figura di IT nasce sulla falsa riga di un serial killer statunitense realmente esistito, John Wayne Gacy, soprannominato "Killer Clown" in quanto spesso l'uomo indossava i panni di "Pogo il clown" per partecipare a feste per bambini o ad eventi di raccolta fondi per i meno fortunati. Egli ha violentato, torturato e ucciso almeno 33 ragazzini e giovani uomini tra 1972 e 1978. Ciò che più inquieta è che l'uomo fu rispettato e amato da tutti, in quanto partecipò attivamente alla vita politica e sociale della sua cittadina. Ricorda un po' gli adulti di IT: rispettabili fuori, marci dentro. L'uomo morì per iniezione letale nel 1994, e pare che le sue ultime parole furono "Kiss my ass!", che per i pochi che non masticano l'inglese sarebbe un cordiale "Baciatemi il culo!".

VOTO: 8/10


domenica 24 settembre 2017

Book #8: Il deserto del sesso


Ultimamente ho fatto incetta di libri di scrittori calabresi. E' strano come dopo anni e anni di scuola dell'obbligo e università, un giorno realizzi quanto poco la tua regione sia rappresentata nella storia della letteratura italiana; inoltre, da quando ho lasciato la mia terra natia, mi sono accorta di quanto diverso sia, nonostante siamo tutti italiani, il nostro popolo da regione a regione.
Ho deciso di iniziare il mio studio sulle mie radici culturali con un libro parecchio interessante, che però poco ha a che vedere col meridione, in quanto ambientato nella Lombardia fascista, ma comunque scritto da un grande scrittore calabrese, Leonida Répaci. Il libro in questione è Il deserto del sesso, pubblicato nel 1956. Come si può intuire dal titolo, il tema centrale è il sesso: il sesso come malattia, il sesso che brucia e consuma. La protagonista del libro è Ignazia, una donna ormai verso il viale del tramonto, che si innamora follemente di Massimo, il cognato, provando un amore folle che la spingerà perfino a sacrificare la vita di ogni sua possibile rivale.
Il libro, che inizialmente non mi aveva entusiasmata per una scrittura forse troppo secca e semplice, si trasforma mentre lo si legge; i personaggi di Ignazia e di Massimo sono ben approfonditi psicologicamente; soprattutto Ignazia e il suo dramma interiore sono descritti così vividamente da non riuscire a condannare completamente una donna sì crudele, ma che prima di essere carnefice è stata vittima. Ignazia è una donna brutta, da sempre rifiutata, perfino dal marito e che, dietro un'apparenza dura e distaccata, nasconde un incredibile e logorante bisogno d'amore. Le descrizioni degli atti sessuali sono poetiche e metaforiche, a volte troppo da romanzetto rosa, ma niente di insopportabile o troppo banale. Ovviamente, ai tempi della sua pubblicazione il testo fece parecchio scalpore e fu vittima della censura. Del resto, a essere scandaloso nel romanzo non è il sesso in se, ma tutto ciò intorno a cui gravita: fascismo, omosessualità. fascisti omosessuali, tradimenti e istinti omicidi e suicidi. Non un capolavoro, lo ammetto, ma un libro comunque ben scritto e magnetico.
VOTO: 7.5/10

lunedì 18 settembre 2017

Amla: cosa ne penso?

Da anni ormai mi spalmo strani intrugli sui capelli, ma l'amla mi mancava. Le ho provate tutte: dall'henné allo shikakai, passando per la farina di ceci e lo yogurt, ma l'amla no, non mi aveva mai incuriosita, o almeno, non fino ad oggi.
Avendo smesso di utilizzare l'henné, sentivo che i miei capelli aveva bisogno comunque di un trattamento un po' più importante da applicare più o meno spesso, e allora ho optato per questa tanto decantata polvere di origine indiana che dovrebbe essere un toccasana per capelli e cuoio capelluto.
Ma che cos'è nello specifico l'amla?
A quanto dice la confezione di Amla di Biopark Cosmetics che ho acquistato, l'amla è il frutto dell'albero di Amla (ma dai?!), anche detto uva spina indiana. Essendo ricca di vitamina C, l'amla esercita un effetto antiossidante che previene l'incanutimento precoce dei capelli e la loro caduta, oltre che essere un'ottima alleata contro la forfora. Avendo anche un effetto astringente, risulta funzionale anche in caso di pelle grassa o mista. Essa può essere impiegata in maschere viso e in impacchi per capelli.
Le mie prime impressioni.
Il primo approccio non è stato dei migliori: nonostante io fossi abituata all'odore di altri impacchi naturali, l'odore dell'amla mi è risultato insopportabile. Non saprei neanche descriverlo, ma sopportarlo non è facile, anzi. Inoltre non ho notato particolari miglioramenti nello stato dei miei capelli. La seconda volta, sono stata più fortunata: sarà che avevo fretta di finire la confezione e non avere più a che fare con questa polvere malefica, ma utilizzandone di più (più di 50 gr) ho visto dei risultati. In primis, i capelli risultavano morbidissimi ed estremamente lucidi, in secundis, mi ha donato un colore più ricco di riflessi rispetto al mio naturale, nonostante non sia una polvere tintoria. Inoltre, già dal primo utilizzo (potrebbe essere anche suggestione però eh), ho notato un sacco di nuovi capelli!
La consiglio?
Onestamente non so se ricomprarla, perchè l'odore è davvero insopportabile (anche se per fortuna non rimane sui capelli dopo il lavaggio), ma devo dire che nonostante tutto ha soddisfatto le mie aspettative. Da usare, magari una volta ogni tanto.

Questi i miei capelli (felici) dopo l'impacco. 



giovedì 29 giugno 2017

Come essere più ecobio e vivere felici

DISCLAIMER:
Questo post potrebbe innervosirvi perché vi spinge a pensare e a essere meno egoisti. Da leggere a vostro rischio e pericolo.


I prodotti industriali per pulire casa sono il male. Questo ho pensato quando, accidentalmente, mi è finito dello sgrassatore nell'occhio (no, giuro che non stavo controllando da vicino se l'erogatore era su on o off). In realtà, lo sapevo anche prima che le nostre abitudine lasciano un po' a desiderare e che molti dei prodotti che normalmente teniamo in casa, non sono sicuri per la salute dell'uomo e dell'ambiente. Il genere umano si crede immune ai pericoli e ai soprusi a cui sta sottoponendo l'ambiente: prodotti per l'igiene personale e della casa mettono a dura prova gli ecosistemi e, non dimentichiamocelo, anche la nostra salute. Ma quindi? Vuol dire che noi e la nostra casa dobbiamo puzzare come una stalla in piena estate? Ma sciocchini, assolutamente no! Basta ingegnarsi e metterci un po' più d'impegno per fare delle scelte consapevoli. E non venitemi a dire che una rondine non fa primavera e che l'impegno deve partire dallo Stato e blah blah, perché, credetemi, sono solo cazzate per chi vuole rimanere passivo e non mettersi in discussione. Ecco alcune dritte che potrebbero salvarci la pelle (in tutti i sensi):

1. Preferire le formulazioni solide a quelle liquide
Mi riferisco soprattutto al bagnoschiuma e quant'altro. Le formulazioni liquide hanno bisogno di un packaging più ingombrante rispetto al loro corrispettivo solido. L'ideale sarebbe sostituire il bagnoschiuma con una saponetta, magari con l'involucro di carta piuttosto che di plastica (non devo dirvi io che la carta si decompone più facilmente, eh!). Esistono addirittura gli shampoo solidi, ma non l'ho ancora provati, quindi non saprei se effettivamente hanno una buona resa.

2. Evitare i prodotti superflui
Ragazzi, ma soprattutto ragazze, non abbiamo proprio bisogno di tutto tutto, credetemi. La società ci ha reso dei consumatori accaniti di cose di cui non abbiamo davvero bisogno. Tocca fare delle scelte. Io, per esempio, ho eliminato il balsamo o la maschera per capelli: il balsamo (o la maschera) produce una patina sul capello che dovrebbe renderlo più lucido e più morbido. Ma è davvero indispensabile? Per me no. Pensate davvero che applicare per pochi secondi o per qualche minuto della poltiglia sui vostri capelli li farà crescere sani e belli? Io ho sostituito questo step con un altro secondo me più efficace: una volta a settimana faccio un impacco pre-shampoo col mio olio preferito per capelli (io uso quello di jojoba che è leggerissimo) e credetemi, da ragazza mossa/riccia, posso assicurarvi che non mi manca inquinare l'acqua con i residui del balsamo (avete mai notato come diventa melmosa l'acqua dopo averlo sciacquato?). Stessa cosa vale per l'ammorbidente: se prima non si usava, adesso sembra diventato indispensabile. Ma anche se sembra un prodotto innocuo, non solo inquina ulteriormente le acque, ma può causare anche irritazioni. L'alternativa? Aceto o bicarbonato! Molti sono restii ad utilizzare l'aceto in lavatrice per via dell'odore, ma credetemi, una volta evaporato l'aceto non lascia nessun tipo di odore, ma anzi, esalta il profumo del detersivo (sceglietelo a basso impatto ambientale!). Il bicarbonato invece, non ammorbidisce solo i capi, ma ha anche un certo potere sbiancante.

3. Homemade
Comprare è più facile, ma sapete quanti "prodotti" potete crearvi a casa? Basta informarsi e avere un po' di iniziativa: dallo scrub allo sgrassatore universale, dagli impacchi per capelli alle maschere viso. Insomma, serve solo un po' di tempo e voglia di sperimentare.

4. Scegliere (pochi) prodotti giusti
Esistono dei prodotti multifunzionali che possono aiutarci a pulire la casa senza sporcare l'ambiente. Uno di questi è il Dr Bronner Magic Soap 18-in-1. Vi dirò, prima di acquistarlo ero abbastanza scettica e il prezzo mi sembrava esagerato. Poi ho deciso di comprarlo e ne sono rimasta piacevolmente stupita: bastano poche gocce di questo prodotto per pulire bene il pavimento, per lavare a mano i vestiti e fare tantissime altre cose, ma non lo consiglio per uso personale, dato che lascia la pelle abbastanza secca. Costa un po', ma vi assicuro che dura tantissimo e ha un'ottima resa!

Certo, alcuni prodotti chimicissimi risultano indispensabili (vedi la candeggina per disinfettare non solo il bagno, ma anche quella carcassa ferrosa di germi che prende il nome di lavatrice), ma non serve utilizzarli tutti i giorni e per tutto. Fate la scelta giusta o, altrimenti, siete destinati allo stesso destino di Fabio Volo.








martedì 30 maggio 2017

Book #7: Ragazzi di vita


Mi fa tanto ridere ricordare me 16enne che affermare di adorare Pasolini solo perché avevo visto Comizi d'amore e perché avevo studiato la sua poetica su un'antologia. Poi, dopo aver visto La Trilogia della Vita e, soprattutto, Salò, o le 120 giornate di Sodoma qualcosa cambiò. Il solo sentire parlare di Pasolini mi metteva addosso un'angoscia indescrivibile, e quando mi regalarono Ragazzi di Vita mi venne un magone assurdo. Mi rifiutai proprio di leggerlo. Poi però la vita te lo schiaffa in faccia e non puoi fare a meno di prenderlo in considerazione ("vita" = un esame di letteratura italiana da cui non puoi scappare). E così, da studentessa fuori sede a Roma, ho iniziato a leggerlo. Noiosissimo, pensavo. Poi però, con mia grandissima soddisfazione, sono riuscita a finirlo.

Ragazzi di vita è un libro difficile e a tratti noioso, non lo nego. Mi spiego: difficile perché non è un romanzo vero e proprio, ma più un saggio sulla difficile esistenza di quelli che furono i borgatari romani del dopoguerra. I ragazzi di vita di Pasolini sono figli di quel sottoproletariato analfabeta ma vivo fino al midollo, destinato ad estinguersi nell'Italia del boom economico. Noioso perché certi capitoli sembrano infiniti e il fatto che non si riesca ad empatizzare con i personaggi non aiuta. Infatti, in questo libro-inchiesta quasi tutti i personaggi sono delle comparse; anche Riccetto, ragazzetto grazie al quale viviamo le varie scorribande per le strade romane, appare come un protagonista sui generis. Occorre sottolineare che nel romanzo di Pasolini manca la dimensione psicologica dei personaggi; quello che conosciamo di loro è soltanto la loro cruda carnalità.  Fu proprio la descrizione di questa carnalità che portò lo stesso Pasolini e il suo editore, Garzanti, dritti in tribunale accusati di oltraggio al pudore. L'Italia benpensante del '55, anno in cui il romanzo fu pubblicato, non era pronta a leggere di ragazzini che si prostituivano per racimolare qualche soldo, speso poi nuovamente a prostitute. Lasciatemi dire che il sottoproletariato di Pasolini fotte e si lascia fottere, ripetutamente e in tutti i sensi. Mi lasciava perplessa il modo in cui questi ragazzetti derubavano e si facevano derubare; soffrivano, ma non si tiravano indietro se c'era da far soffrire.
Sullo sfondo di questo mondo sporco e infame, c'è la Roma che cantava Claudio Villa e Mario Merola, in piena ricostruzione dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Una Roma descritta nei minimi particolari (anche se non so se effettivamente il saggio si fonda poi con la narrazione fittizia) e fatta di quartieri che suonano familiari a chiunque conosca Roma: Monteverde, Tiburtino, Pietralata... Una Roma che parla romano, ma anche qui, un romano ricostruito in maniera quasi filologica che i romani stessi non riconoscono (credetemi, ho chiesto).
Insomma, ne vale la pena? Sì, non è una lettura da ombrellone, mi rendo conto. Ma sforzare un po' le meningi non può che far bene.

venerdì 12 maggio 2017

Movie #27: Pieles, 2017


Purtroppo (o per fortuna) seguo ormai da tempo un canale Youtube destinato a un solo pubblico dallo stomaco forte (e non troppo bigotto, per carità) che risponde all'esotico nome di Shivaproduzioni. Questi carissimi ragazzi non fanno altro che farmi capire quanto io faccia schifo come essere umano. Ma andiamo con ordine. Proprio grazie a loro, ho scoperto Pieles (Skins, 2017), primo lungometraggio del giovane cineasta spagnolo Edoardo Casanova. 
QUESTO FILM FA SCHIFO. E da qui mi spiego: indubbiamente è un film di cattivo gusto (una ragazza con un ano al posto della bocca non è sicuramente il massimo), ma è di un bel cattivo gusto. Voglio dire, non è un cattivo gusto fatto a caso, anzi, ha la sua estetica fatta di bellissimi colori pastello che circondano un mondo di persone con delle "devianze" sia fisiche che psicologiche. Il film è un intreccio di storie diverse, ma allo stesso tempo tutte intrecciate che, perdonatemi, non vi racconto; dovete beccarvi tutto dritto in faccia, senza spoiler di nessun tipo.
Questo film è pura follia a suon di opera. E mi è piaciuto: sì ragazzi, mi è piaciuto, mi ha fatta sorridere, emozionare e quasi vomitare. Secondo me è stupido però cercarci per forza una morale, che probabilmente sarebbe la banalissima "non importa che tu abbia un ano in faccia o sia un pedofilo, troverai comunque il tuo posto nel mondo". Per me è da vedersi come puro delirio estetico di un 26enne a cui piace coprire la merda coi glitter,

domenica 7 maggio 2017

Places #1: Il roseto comunale di Roma


A Roma esiste un posto incantato. Nei pressi della stazione metro Circo Massimo, precisamente in Via di Valle Murcia, rose di ogni tipo si fanno ammirare da visitatori estasiati (e non esagero!) che si ritrovano immersi in un'atmosfera fiabesca. Questo posto è il roseto comunale di Roma, che per un breve periodo (tra gli ultimi di aprile e inizi di giugno) è aperto al pubblico, nel clou delle sua fioritura.
Io personalmente, adoro le rose. Credo che, insieme ai tulipani (che non so per quale motivo siano diventati mainstream, ma vabbe'), siano dei fiori meravigliosi. Inoltre, essere nata a maggio mi fa pensare che questo fiore mi appartenga in qualche modo di diritto. Sin da piccola ho pensato che la rosa fosse il mio fiore. Un ego piccolo piccolo insomma!
Insomma, se vi trovate a passare da Roma in questo periodo, vi consiglio di farci un salto.

Piccola curiosità: sapete perché la rosa canina ha assunto questo nome?
Pare che ai tempi degli antichi romani il decotto ricavato dalle sue radici venisse usato per curare la rabbia (idrofobia).

Ecco alcune delle foto più belle!






 Se volete vedere le altre, visitate la mia pagina Facebook, che a differenza di blogger mi permette di fare una galleria 😠
https://www.facebook.com/bionicgirlblog/

Buon mese delle rose a tutti!

lunedì 24 aprile 2017

Book #6: Il sentiero dei nidi di ragno


Considerando il periodo, vorrei consigliarvi un libro a tema Resistenza: il famosissimo Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Sì, sto per compiere 23 anni e non avevo mai letto questo libro fino a pochi giorni fa. Non so perché (o forse effettivamente potrei saperlo), Calvino non mi ha mai attirato come scrittore, ma con questo libro mi sono ricreduta.
Attraverso gli occhi del piccolo ma disilluso Pin, riviviamo nella Liguria della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza. Pin è un orfano che sembra non trovare il suo posto nel mondo: deriso dai grandi ed evitato dai suoi coetanei, egli vive con la sorella prostituta, avvezza a soddisfare i bisogni dei fascisti. Un giorno però, la vita del piccolo Pin cambia, e nel suo meschino quotidiano si infiltra la realtà della Resistenza, fatta di uomini, donne e, perché no, anche di ragazzini. Grazie a questa avventura, incontra Cugino, una sorta di gigante buono che sembra capirlo, e soprattutto, non deluderlo mai, neanche alla fine.
Pin ci mostra, attraverso il suo occhio critico, il bizzarro mondo degli adulti: intorpiditi e istupiditi dall'alcol e dal sesso, essi mancano di coerenza e di lealtà. Un romanzo duro, soprattutto nei confronti delle donne (i due personaggi femminili principali sono la sorella di Pin, una prostituta, e Giglia, un'adultera), ma che nonostante la sua palese misoginia, affascina e commuove.

giovedì 13 aprile 2017

Netflix is love, Netflix is life #4: 13 Reasons Why (Tredici)


Avevo sentito parlare di questa serie: un giorno, lessi un post dove una ragazza la definiva scioccante e incredibilmente intensa. Sempre su Facebook, notai che una ragazza aveva firmato una petizione nella quale si chiedeva che fosse mostrata in tutte le scuole. La curiosità era tanta, per cui ho divorato 13 Reasons Why a bocconi pieni.
Sicuramente aveva ragione la ragazza del primo post, è una serie intensa. Ma allo stesso tempo, questo teen-drama (tratto da un romanzo di Jay Asher) è davvero avvincente. Ogni singolo personaggio viene presentato in ogni sua sfaccettatura, col risultato, forse azzardato, che lo spettatore finisce per non odiare tutti i carnefici, che a loro volta si dimostreranno anche vittime ( più o meno consapevoli).
Trama in breve: una ragazza, Hannah, si suicida, ma prima di farlo lascia 7 audiocassette in cui spiega i 13 motivi (o persone) che l' hanno spinta a compiere l'estremo gesto. Lo spettatore le ascolta tutte attraverso Clay, ragazzo con cui Hannah sembra aver avuto un rapporto speciale. Anche lui ragazzo "diverso" che, come la stessa Hannah, riesce a fatica ad integrarsi con gli altri suoi coetanei.
Detta così, sembrerebbe una storia abbastanza banale e, forse, lo è. Ciò che non è banale è il modo in cui la viviamo: una ricostruzione vivida della crudeltà che ci circonda. A chi non è mai capitato di scoprire la falsità della gente e rimanere di stucco di fronte all'orrenda maschera che sappiamo costruirci ogni giorno pur di sopravvivere in questa giungla che è la nostra società? Gelosia, egoismo e maschilismo tengono le redini di ogni relazione sociale e chi non si attiene alle loro leggi rischia di sopperire. Certo, tutta la serie improbabile di sfortunati eventi che accadono a Hannah sembra un po' esasperata e poco credibile (scusate, ma ad una certa non c'è l'ho fatta... Vengono trattati dei temi davvero seri, ma alcuni toccano il ridicolo!), ma la serie merita di essere vista per due ottimi motivi: il primo è che è un ottimo esempio di sensibilizzazione verso tutti i problemi legati al bullismo, il secondo è che sa tenere attaccati allo schermo.
Promossa a pieni voti.

lunedì 10 aprile 2017

Games #1: Resident Evil 7


Recentemente ho avuto l'onore e il privilegio (non so se traspare abbastanza il sarcasmo, per cui vi confermo che sì, sono totalmente sarcastica) di giocare al nuovo capitolo di Resident Evil. Che dire, per me che sono una grande fan di Resident Evil 2 (gioco che, aimé, non sono riuscita a finire), giocare a un Resident Evil senza zombies ( o perlomeno, senza classici zombies) è stata un po' dura. Nonostante ciò, posso decisamente consigliarlo. Sì, fa cagare in mano. Sì, la grafica è così realistica da ferirvi l'anima e da farvi odiare la CAPCOM, ma la storia è bellissima. Resident Evil 7: biohazard è l'horror che da tempo manca nelle sale cinematografiche, ma che per fortuna sopravvive nei videogiochi.
Piccolo accenno senza spoiler alla trama: il gameplay inizia con il protagonista, Ethan, che per cercare la sua brutta ragazza, Mia, da tempo dispersa, finisce in una strana casa, abitata da una famiglia di veri squilibrati. Sopravvivere a questa spaventosa avventura, non sarà affatto facile...
Bello tutto, dalla trama alla colonna sonora, Resident Evil 7 è assolutamente da non perdere ( a meno che non siate malati di cuore).

Ps. Sulla mia pagina Facebook ci dovrebbe essere il link di qualche mia live su Twitch! Se siete curiosi, non dovete far altro che darci un'occhiata!
https://www.facebook.com/bionicgirlblog/

martedì 28 marzo 2017

Netflix is love, Netflix is life #3: Paris Is Burning


Amo il mondo del Drag. Ricordo di aver fatto per la prima volta i conti con una Drag Queen una sera, durante i miei primi anni da fuorisede in un famoso locale gay di Roma: niente di che purtroppo. Anzi, rimasi abbastanza delusa dal fatto che quello strano personaggio sembrasse una donna brutta, sciatta e mascolina. Una caricatura mal riuscita. Col tempo ho capito che una Drag di serie B non può fortunatamente rappresentare una categoria di artiste. Divertenti, spiritose e bellissime, le Drag Queen sono delle dive che spesso dietro ai sorrisi e ai quintali di trucco nascondono tanto dolore. Paris Is Burning è un documentario del 1990 che mostra ogni lato del Drag: dalle paillettes ad una vita di violenza e discriminazione, dalle luci della ribalta ad una lurida stanza di un motel. Adoro l'atmosfera dei balli della comunità LGBT di New York di fine anni '90, adoro il vogueing (finalmente ho capito fino in fondo il senso di Vogue di Madonna) e adoro il fatto che il documentario spieghi perfettamente il gergo del Drag. Ho già detto che l'adoro?

domenica 12 marzo 2017

Book #5: Accabadora


Questo libro mi ha piacevolmente sorpreso. Acquistato approfittando del -25% sugli Einaudi, Accabadora è una narrazione fittizia che però ruota intorno alla figura realmente esistita del folklore sardo, l'accabadora appunto. E proprio nella Sardegna del dopoguerra è ambientato questo romanzo, in un'atmosfera che profuma delle mandorle dei gueffus, sotto il quale però si cela il mistero della strana e losca figura di Bonaria Urrai; losca per carità, ma forse dotata di straordinaria pietà di fronte al dolore e l'indifferenza comune.
Parole chiave di questo romanzo sono sicuramente le parole madre e morte. La morte in questo romanzo è dipinta spesso come ultimo gesto d'amore di una grande madre, che oltre a dare la vita, decide con grande coraggio di porgli fine quando essa diventa un insopportabile macigno.
Accabadora tocca con estrema delicatezza un tema che non viene spesso trattato nei romanzi: l'eutanasia. Un romanzo fatto di donne: donne che danno e riprendono la vita, madri che rifiutano il frutto del loro seno e madri che accolgono il frutto del seno di altre. Un romanzo bellissimo scritto da una donna che parla di altre donne senza santificare o demonizzare nessuna di esse. Nessun giudizio, solo un gran trasporto emozionale e anche un'amara riflessione sul nostro paese. Da leggere assolutamente.

La Maschera del Demonio: Maschera Anti-Aging Petali di Rosa Khadi


Il weekend, si sa, significa solo una cosa: maschera viso e serie tv sul letto, possibilmente indossando un bel pigiama di pile! La maschera che vi recensirò (manco fossi la peggio beauty blogger di Caracas) purtroppo non è low-cost (non so a cosa pensassi quando ho buttat... speso 11 € per una maschera viso), ma almeno è completamente naturale e non testata sugli animali.

TEXTURE
La consistenza è granulosa e secca troppo velocemente, sicuramente prima dei 15 minuti di posa consigliati. In più, quando deve essere rimossa (cosa non facile), i piccoli granuli effettuano un'azione esfoliante, che per me non è proprio piacevole, avendo la pelle couperosica e reattiva.

RISULTATI
A quasi 23 anni sono ossessionata dall'idea di avere le rughe, e se su un prodotto c'è scritto "anti- aging", esso attrae la mia attenzione. Ho acquistato questa maschera circa un'anno fa, ma solo ultimamente ho iniziato ad utilizzarla con cadenza regolare. La verità è che la trovo scomoda e per niente pratica, ma lo dice una che fine a un anno fa utilizzava le maschere monodose da 99 centesimi. Nonostante questo, non la trovo miracolosa: restringe un po' i pori e lascia la pelle liscia, ma dopo pochi minuti, se non applico una crema idratante, la pelle tira neanche mi fossi lavata la faccia con l'alcol puro. Inoltre mi lascia la pelle arrossata per un bel po'. Insomma, più che per una pelle matura, sensibile o secca, io la consiglierei per una pelle grassa. Il profumo è paradisiaco, ma non mi pare un motivo abbastanza sensato per spendere 11€. Promossa? Hell to the no!

sabato 4 marzo 2017

Movie #27: The LEGO Batman Movie


Volete ridere? Siete dei nerd (ma manco troppo)? Amate Batman? Allora dovete vedere The LEGO Batman Movie! Un film per tutti, dalla trama semplice, lineare e fottutamente kawaii!
Nonostante la sala fosse piena di bambini, accompagnati da attempati genitori ronfanti, LEGO BATMAN NON E' UN FILM PER BAMBINI. A parte i numerosi riferimenti alla cultura pop che un bambino di sei anni non credo possa capire (vi dico solo una cosa: OCCHIO DI SAURON) , ma vogliamo parlare dello swag di Batman? Il Batman Lego è un figo pieno di soldi e osannato dalle folle, ma che nel quotidiano si ritrova terribilmente solo. Insomma, si ripropone la solita morale becera: i soldi non sono tutto, chi trova un amico trova un tesoro, o per dirla come i russi Не имей сто рублей а имей сто друзей. Inoltre, questo film è terribilmente accurato e omaggia diversi momenti nella storia del quasi 80enne uomo pipistrello.
Il doppiaggio non fa così schifo, se non fosse che abbiano fatto doppiare Barbara Gordon da Geppi Cucciari. In quale strana dimensione esiste una Barbara Gordon cagliaritana? Bella invece la scelta di far doppiare Batman da colui che è ha impersonato un indimenticabile supereroe nostrano: Claudio Santamaria.
Insomma, un film carino e divertente, senza pretese ma troppo swag.
VOTO: 7/10

Movie #26: Jackie


Parto subito dicendo che questo film è una delusione. Chi lo adora (se esiste qualcuno a cui sia piaciuto davvero), lo ama solo per l'atmosfera vintage e l'alone glamour chanelloso che pervade la pellicola. Sembra un video di Lana Del Rey, solo che di sottofondo c'è il musical Camelot. La figura di Jacqueline Kennedy risulta instabile, indecisa, persa e a tratti infantile (che per carità, magari la first lady era effettivamente così), addirittura fastidiosa. Pochi riferimenti al contesto storico, pochi riferimenti ai tradimenti del presidente, pochi riferimenti ai veri temi che ci si sarebbe aspettati di vedere in un film sulla vita della prima Kennedy, poi Onassis; è tutto esclusivamente incentrato sulla figura della ex-first lady dopo la morte del suo adorato e idealizzato marito; secondo il mio modesto parere, si sarebbero potute toccare corde diverse. Non è un capolavoro, tanto meno un cult: può essere tranquillamente bypassato senza troppi rimorsi. Un film per le fashioniste, che riescono ancora a farsi abbindolare da quattro cagate pseudo-filosofiche su sfondo pastello. Mi dispiace, ma no. Amo la Portman, ma neanche lei (comunque bravissima), riesce a salvare un film troppo pretenzioso, ma che manca di sostanza.
Voto: 5/10

venerdì 17 febbraio 2017

Ma il miele è vegan?

Avevo voglia di biscotti, ma seguendo il consiglio del mio guru Michael Pollan, piuttosto che comprarli, preferisco farmeli da sola. Di solito, quando mi avventuro in ricette improvvisate, i risultati sono spesso disastrosi, ma questa volta la ricetta non era propriamente improvvisata; infatti ho preso spunto rivisitando questa ricetta. Ora, non è che io sia vegana o roba simile, però non ho mai burro o latte in casa, perché semplicemente non ne uso e perciò cerco spesso dolci vegani per non dover alzare le chiappe dalla sedia e comprare gli ingredienti giusti. Purtroppo però, non ve lo nascondo, i dolci vegani spesso sono qualcosa di terribile - vedi la figuraccia che ho fatto servendo ai miei amici una torta al cioccolato vegana... Era così pastosa che si faceva fatica a mandarla giù! Vi giuro, l'avevo cotta! - ma ci sono le dovute eccezioni! Tipo questi biscottini velocissimi (meno di mezz'ora tra impasto e cottura), che considerando la mia sostituzione dello zucchero con del miele non credo siano più vegani come da ricetta originale. Ma chi se ne frega. Assolutamente da provare! Friabili al punto giusto nonostante siano fatti quasi di aria! E SENZA OLIO DI PALMAAAAAA666!!

Ingredienti
- 180 gr di farina 00
- 2 cucchiaini colmi di miele
- 45 gr di olio di semi di girasole
-45 gr di acqua
- un pizzico di sale
- una puntina di bicarbonato
- 100 gr di cioccolato come vi pare

Procedimento
Mischiate a caso tutti gli ingredienti finché non ottenete una palla informe di frolla. Fate delle palline con le mani (???????), schiaffatele su una teglia, schiacciandole bene. 180°, 20 minuti, ma pure meno. Ed eccoli!

Erano di più, ma purtroppo li ho mangiati.





giovedì 16 febbraio 2017

Netflix is love, Netflix is life #2: Cooked


Come ben sapete, ultimamente l'alimentazione è una mia ossessione. Certo, io sono arrivata ormai ad un punto di non ritorno. L'ho ben capito dopo che una volta ho fatto l'errore - o forse l'errore è stato il suo?- di fare la spesa in compagnia del mio ragazzo: per me fare la spesa è una continua lettura di etichette, di ripensamenti e di prodotti da rimettere apposto perché "no, questo schifo industriale non fa più per me!". Tra i sospiri impazienti della mia dolce metà e i miei giramenti di maroni perché nessuno capisce quanto importante sia per me fare la hipster e rompere le palle su certe cose, ho capito che, aimé, forse avrei dovuto tenere la mia passione per il cibo non industriale per me. Ma poi, l'illuminazione: Netflix mi ripropone per l'ennesima volta questo documentario (tra l'altro sempre schifato). Leggo la descrizione e non potete capire che felicità nel vedere che a fare da narratore a questo fantastico viaggio culinario ci fosse Michael Pollan, autore di In difesa del cibo, libro che ho adorato.
Cooked è un documentario diviso in 4 puntate da 1 ora circa; le puntate prendono il nome dai quattro elementi che servono a trasformare le materie prime in cibo: fuoco, acqua, aria e terra. Io l'ho trovato incredibilmente interessante (ma io sono noiosa e mi piacciono i documentari). Non vi aspettate un pippone però su quanto faccia male lo zucchero e l'industria! Cooked è solo un viaggio all'origine del nostro strano modo di alimentarci (molti degli alimenti da noi consumati sarebbero per noi immangiabili senza cottura). Un viaggio in America, India, Marocco e Sud America per scoprire come e perché certi alimenti vengano mangiati proprio così e perché risultino particolarmente appetibili ai nostri occhi.
Cooked è da divorare in una sola notte.

domenica 29 gennaio 2017

Movie #25: La La Land


La La Land è un musical che funziona. Non sono una grandissima fan del genere (anche se Cabaret e Funny Girl non si toccano), ma sono una fan del cinema che fa emozionare e questo film emoziona.
La La Land è un film sulla nostalgia: nostalgia per la vecchia Hollywood (nel film si citano diversi film d'annata tra cui gli immortali Gioventù bruciata e Casablanca), per il vecchio jazz e, soprattutto, nostalgia per i vecchi amori perduti. Insomma, un film nostalgico ma che non lascia l'amaro in bocca, anzi. Un film da vedere e, soprattutto, da sentire.
Consigliatissimo.

martedì 24 gennaio 2017

Book #4: Dalla Parte Delle Bambine


Dalla parte delle bambine è un saggio illuminante pubblicato nel 1973, scritto da Elena Gianini Belotti, esperta nell'assistenza all'infanzia. Perché illuminante? Perché fa aprire gli occhi sul fatto che se oggi siamo quello che siamo (soprattutto noi donne), dobbiamo ringraziare la società che sin dalla tenera età ci ha plasmato in un certo modo: docili, paurose e pronte a tradire noi stesse pur di essere scelte e gratificate.

Perché leggerlo?
Io personalmente ho deciso di leggerlo perché faccio parte di un gruppo di lettura (Pasionaria Book Club - cercatelo su Facebook) che lo consigliava insieme ad Ancora dalla parte delle bambine della Lipperini (che però non credo leggerò).
Prima di leggerlo, dovete tenere in chiaro una cosa: è un libro scritto e pubblicato negli anni '70. E' indubbio che molte idee ed esempi risultino anacronistici, ma non per questo ne sconsiglio la lettura. Così sono state cresciute le nostre madri, e di conseguenza, anche se in maniera meno restrittiva, siamo state cresciute noi. Per forza di cose, il bambino, che sia maschio o che sia femmina, dai tre anni inizia a capire a quale sesso appartiene e si identifica in primis con uno dei genitori. Va da sé che se sei una bambina, e tua madre è una frustata manico-ossessiva, in qualche modo questi tratti entreranno a far parte di te, e poi avrai bisogno di tutta una vita per liberartene. Questa è un'estremizzazione certo, ma pensate ad esempi più comuni, ovvero alla cura maniacale con cui molte delle nostre madri gestiscono la casa: deve essere sempre pulita, e se per caso dovesse venire qualcuno e trovare la casa in disordine, per loro questo banale avvenimento risulterebbe un fallimento personale, che le mortifica e le fa sentire in forte disagio. Non riescono ad andate contro ad uno schema: casa pulita= donna da gratificare, modello da invidiare; al contrario casa sporca= bestia di satana. (Ora venitemi a dire che non è così, soprattutto nel nostro paese).
Un'altra cosa che ho notato però, è che la scrittrice parte spesso prevenuta: ad esempio, ecco un passo (p.183) che mi ha fatto un po' storcere il naso (uno fra i tanti):

(...) "Cara Giovanna," rispondeva il direttore di un giornalino per bambini (...) "hai fatto una domanda molto intelligente per una bambina," esprimendo in questo modo l'opinione largamente condivisa, che le bambine, essendo generalmente cretine, non fanno domande intelligenti (...)

Intanto, cara Elena, datti una calmata. Molto più probabilmente, il direttore esprimeva l'opinione largamente condivisa (purtroppo) che i bambini siano generalmente cretini, a prescindere dal loro sesso. E questa è solo uno dei tanti esempi che mostrano quanto la scrittrice spesso estremizzi. Quindi sì, da leggere, ma prendete molte affermazioni con le pinze.

A chi lo consiglio?
Lo consiglierei o a chi si accinge ad avere dei bambini (ricordiamoci che più che un saggio femminista è prima di tutto un saggio pedagogico) o a donne di tutte le età che vogliono capire il perché di tanti loro comportamenti di auto-sabotaggio.

lunedì 23 gennaio 2017

Netflix is love, Netflix is life #1: The OA


Netflix continua a sfornare serie su serie e sembra (dico sembra) non sbagliare un colpo. L'ultima arrivata è The OA. Ecco, secondo il mio modesto parere, The OA è un pendolo che oscilla verso il flop totale e l'epicità. Vediamo perché.

1. POCO ORIGINALE
Quei furboni di Netflix dopo il successone di Stranger Things hanno ben pensato di creare un'altra serie sulla falsa riga dello show che quest'estate ha fatto urlare al miracolo. Prairie/Nina/ The OA non è altro che una Eleven un po' cresciuta: entrambe col naso sanguinante (neanche avessero visto le mutandine di qualche ragazza) e con dei "poteri" (con la differenza che quelli di Eleven erano poteri tangibili, quelli di Prairie non capisco se esistano o meno data l'ambiguità del finale).

Ragazzo anime arrapato

Eleven - Stranger Things

 Prairie - The OA
Inoltre, entrambe le serie ruotano intorno all'ipotesi dell'esistenza di altre dimensioni: sia Eleven, sia Prairie sono la chiave per accedere all'altra dimensione e per questo sono utilizzate come cavie da scienziati pazzi (con la differenza che in The OA lo scienziato, Hap, viene ben caratterizzato, mentre in Stranger Things questo non avviene). Insomma, se avete visto e amato Stranger Things, The OA vi sembrerà estremamente familiare.
Stranger Things

The OA

2. The OA è lento 
Sin dall'inizio ho avuto l'impressione che a questa serie mancasse qualcosa. Onestamente, facevo fatica a guardarla: esteticamente ben fatta ma con una trama che non vuole funzionare. Certo, è anche una questione di gusti, ma io ho trovato The OA una serie confusionaria e a tratti troppo pretenziosa.

3. Il finale
Il finale di stagione vi lascerà sconcertati: il balletto è di un disagio assurdo (se vi è piaciuto mi dispiace, io l'ho trovato grottesco e abbastanza imbarazzante - ma che è? High School Musical?) e l'epilogo mi ha lasciato addosso un'angoscia mai provata alla fine di una serie, ma rimane comunque uno dei momenti più alti di The OA: che succede adesso? Dov'è Prairie?
Non so però se la mia curiosità possa spingermi a guardare la seconda stagione e se un finale abbastanza geniale (tranne il balletto, per carità) possa salvare un'intera serie.

Lo consigli?
Se non avete guardato Stranger Things forse, ma se non avete visto Stranger Things vi consiglio Stranger Things. Per me, The OA è intelligente ma non si applica, lascia lo spettatore confuso e sommerso da domande che non avranno risposta fino alla prossima stagione. Per me The OA è la serie corrispondente a un altro grande segreto di Fatima, il film It follows: acclamatissimo dalla critica ma che non funziona alla visione. Voi cosa ne pensate?

martedì 17 gennaio 2017

Vuoi fottere il sistema? Leggi l'etichetta.

Da poco tempo a questa parte, cerco di essere una consumatrice consapevole. Purtroppo non è sempre facile: non potendo basare le mie conoscenze su concrete verità scientifiche, ma attraverso ricerche sulla rete, le mie fisse potrebbero risultare poco solide e facilmente confutabili. Beh, non metto in dubbio che io non sia una testata giornalistica accreditata, ma a mia difesa, posso aggiungere che provare ad interessarsi a cosa si ingerisce ogni giorno non può certo far male.
Una delle mie fisse principali è lo zucchero: sono fermamente convinta che ne ingeriamo più del necessario, perciò ultimamente non faccio che leggere etichette e fare salti mortali per ridurlo, nonostante non sia affatto facile: come ben sapete, la tipica colazione italiana si basa su latte/cappuccino e cornetto/frollini. Ovviamente non posso sapere quando zucchero hanno i cornetti del bar ( eh, ahimé, a volte al cuor non si comanda), ma posso sapere quando zucchero c'è per 100g di frollini di una famosa marca del supermercato. Lo scoperta è (almeno per me) sorprendente: 25g di zucchero. Ora, non so voi, ma io la mattina ho fame, e non ho mai seguito i consigli dietro la confezione che consiglia di mangiare 4 frollini e un frutto: io mi abbuffavo di frollini, probabilmente mangiandone 100g o di più. Ed ecco che mi sono già partiti 25 gr di zuccheri inutili. Che poi, comunque, a metà mattinata mi sentirò debole e affamata. Ma perché tanto rumore per nulla? Beh, ultimamente penso parecchio al mio pancreas, e mi spaventa il fatto che se non ci sto attenta corro il rischio di sviluppare negli anni il diabete di tipo 2. Inoltre, provo a leggere l'etichetta di ogni prodotto che compro. Provateci, vi sorprenderà vedere quanti ingredienti che vi risultano poco familiari sono presenti nei vostri snacks preferiti. E non crediate di salvarvi comprando roba sugar-free. Peggio che andar di notte. Dopo aver letto In Difesa del Cibo di Michael Pollan, il mio modo di fare la spesa è cambiato. Regola n°1: nel prodotto che stai per acquistare ci sono ingredienti che non hai mai sentito nominare o che non riconosci come cibo? Non comprarlo. Lo so, vi sembrerà di non poter mangiare un accidenti, ma credetemi, ne varrà la pena. Avete mai sentito parlare i vegani del loro incredibile aumento di energie? Non dovete dire no alla carne e ai derivati animali per avvertirlo, vi basterà mangiarne meno e sceglierli con cura. Non dico nulla di nuovo, ma mi sorprende come molte persone prendano per il culo la gente che tiene alla sua alimentazione. GENTE, NON E' TERRORISMO PSICOLOGICO, E LO SO CHE SI MUORE LO STESSO, MA QUESTO NON VUOL DIRE CHE BISOGNA ABBUFFARSI DI MERDA. Passo e chiudo.

Se volete saperne di più:
Fed up - Documentario
That Sugar Film - Documentario
In Difesa del cibo di Micheal Pollan

lunedì 2 gennaio 2017

AHS 6: tra disgusto e genialità.



Ho seguito  American Horror Story sin dall’inizio, ma me ne sono innamorata davvero da Asylum in poi (seconda stagione) . Da lì, è stata un’altalena di alti e bassi, fino ad arrivare all’ultima stagione, Roanoke.
Ecco, Roanoke vi farà venire il volta stomaco, ma allo stesso tempo vi gaserà come poche serie horror sanno fare (un caso a parte è costituito dalla geniale Ash Vs. Evil Dead, di cui ho già parlato qui). Parliamoci chiaro, la storia non è affatto originale: abbiamo la solita casa stregata e i tipici redneck americani che vanno a letto con la madre, rappresentati dalla famiglia Polk, che ricorda tanto la simpatica famigliola di Non Aprite Quella Porta; ciò che è davvero originale è la forma in cui la storia viene presentata allo spettatore: metaracconto al massimo delle sue potenzialità, che rende possibile un’analisi e, forse, una critica del morboso interesse mediatico per la cronaca nera; io personalmente ho visto nel personaggio di Lee Harris una sorta di alter ego di Amanda Knox: accusata di omicidio e poi scagionata, renderà la sua vicenda pubblica nei salotti televisivi; stessa cosa che ha fatto la Knox, protagonista tra l’altro di un documentario omonimo disponibile su Netflix. Serie che prende chiaramente ispirazione anche da The Blair Witch Project, AHS Roanoke è un fritto misto che rielabora e restituisce una storia all’inizio banalissima e a tratti noiosa, con una Lady Gaga di cui si potrebbe benissimo fare a meno, ma che si riprende nelle ultime 5 puntate. Consigliata? Assolutamente sì.